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Una storia locale che è anche uno specchio in chiave minore di una storia regionale e nazionale

Non è un’operazione nostalgia quella di Visani e Baldi, un “come eravamo” carico di rimpianti. E’ una documentazione prosopografica – cioè compiuta attraverso la ricostruzione dei profili di alcune personalità – di una storia: quella di un paese, Brisighella, in cui, per una serie di circostanze storiche legate al forte insediamento cattolico (vi sono nati sette cardinali), il Pci, a differenza di quanto avvenne in quasi tutta l’Emilia-Romagna, fu a lungo all’opposizione – sia pure con percentuali elettorali molto alte – rispetto a una Dc particolarmente radicata.

Comizio Arrigo Boldrini anni Cinquantqa 300x207Attraverso ricordi personali, di familiari, di amici, il libro “I comunisti nella terra dei preti” ricostruisce insomma numerose vicende umane e politiche, di lotta, di Resistenza, di militanza, e di amministrazione civica (dagli anni Settanta).

Emergono così dal passato figure e memorie di martiri torturati a morte (Luigi Fontana) e imprigionati (Amedeo Liverani, Luigi Bandini, Gildo Montevecchi) dal fascismo trionfante; di uccisi dal fascismo declinante durante la lotta di Liberazione (Renato Emaldi); di partigiani poi divenuti dirigenti politici e sindacali (Sesto Liverani, Aldo Gagliani, Mario Marabini, Sergio Laghi, Sante Moretti, Amos Piancastelli); storie di fede politica semplice, di militanza e a volte di eroismi senza protagonismo, di lavoro durissimo in una terra povera, di generosa disponibilità al volontariato per la costruzione di Case del Popolo e per la gestione delle Feste dell’Unità, di partecipazione alla vita del partito e del sindacato.

Nulla di diverso da quanto accadeva in tutta l’Emilia-Romagna, insomma, anche dove i rapporti di forza erano più favorevoli alla sinistra. Una storia di emancipazione faticosa, di trasformazione lenta di costumi e di stili di vita segnati inizialmente da passività e da tradizionalismo e poi modificati in senso progressivo appunto dalla maturazione politica e dalla presa di coscienza, dapprima pionieristiche e poi di massa, dal protagonismo individuale, familiare e collettivo, che la politica ha prodotto e assecondato; ovviamente, una trasformazione resa possibile, a livello più generale, dal contesto democratico nazionale e da un’economia che pur nelle sue storture e contraddizioni ha avuto anche effetti modernizzanti, oltre che dalla buona amministrazione gestita dalla sinistra a livello provinciale e regionale, ma anche da una Dc fortemente controllata dalla minoranza comunista, a livello comunale.

Festa de lUnità anni Cinquanta a Brisighella con ritratto di Stalin 300x208

Una storia locale che è anche uno specchio in chiave minore di una storia regionale e nazionale, quindi. E che si caratterizza non tanto per i contorni a volte folkloristici e neppure per i tratti di umana simpatia o di affettuosa vicinanza degli autori ai personaggi narrati – tratti nondimeno presenti, che danno sapore di autenticità al libro –, ma per una evidentissima compenetrazione di politica e vita, di percorsi individuali e di legami comunitari, di serietà esistenziale e di fiduciosa apertura sull’avvenire, di lotta per il progresso e di adesione alle radici di una collettività coesa e consapevole. Ciò che emerge, e che davvero suscita rispetto e commozione, è il compenetrarsi della politica con la vita, della forza di un’idea, di una organizzazione, di un progetto, con la spontaneità e con la quotidianità delle vicende individuali, familiari, sociali, e con la tenacia delle amicizie e delle vicinanze durate decenni.

Al di là dell’ammirazione per le persone e per la loro operosità, al di là del giudizio storico sulla capacità della sinistra di costruire una società cosciente di sé dove c’erano quasi solo miseria e ignoranza, al di là anche di ogni nostalgia per un passato in cui l’Italia, l’Emilia-Romagna e i suoi borghi seppero crescere con un qualche senso comune, è di questo intrecciarsi di politica e vita che oggi sentiamo la mancanza, nello sbandamento dello pseudo-individualismo di massa, nell’universale subalternità a logiche e a potenze e a narrazioni che ci trascendono e ci impediscono (o lo vorrebbero fare) ogni protagonismo, ogni tentativo di costruire di nuovo il nostro destino individuale e collettivo. La mancanza, insomma, di una politica pienamente legittimata perché vissuta come parte integrante di un percorso di crescita di tutti e di ciascuno, che questo libro ci mostra nel passato non poi remotissimo, a Brisighella, e che non dobbiamo disperare di poter vedere all’opera anche nelle mutate circostanze del presente.

Carlo Galli, politologo, presidente della Fondazione Gramsci Emilia-Romagna, deputato di Mdp-Articolo1