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Postfazione di Dianella Gagliani

Per chi, come me, è stato parte di questa storia non è facile intervenire. C’è il rischio di una prospettiva corta, di lasciarsi andare a giustificazioni e ancor peggio a nostalgie o, per contro, ad anatemi e giudizi sommari, tutti contrastanti con il mio mestiere.

Tuttavia, di fronte a questo regalo che Claudio e Viscardo ci hanno fatto, proverò a non sottrarmi al compito. E dico subito che questo libro è importante. Prima di tutto perché colma una lacuna, grazie alla ricostruzione di uno spaccato della storia del nostro paese che finora non era emerso. Poi perché fa giustizia di tanti luoghi comuni. Infatti, come è stato notato, per esempio da Emanuele Macaluso, sul partito comunista “se ne sono dette e se ne dicono di cotte e di crude: a volte sembra che si parli di un corpo estraneo alla nostra società, di una agenzia sovietica al soldo del Kgb, nel migliore dei casi di una chiesa con i suoi sacerdoti e i suoi riti da studiare come fa un archeologo dopo uno scavo”.

Come ben dimostrano Viscardo Baldi e Claudio Visani la storia del Pci si lega strettamente alla storia della società, è inserita in essa. I suoi militanti si prefiggevano di migliorarla in direzione di un mondo più giusto in cui fossero superate povertà, oppressioni, esclusioni. E in ciò si ricollegavano alla storia precedente del movimento operaio che, fin dalla fine dell’Ottocento, aveva chiamato alla partecipazione degli oppressi per il “riscatto del lavoro”, che poteva avvenire solo ad “opra dei suoi figli”, come recitava l’Inno dei lavoratori, le cui parole furono scritte – sappiamo – da Filippo Turati, il fondatore del partito socialista in Italia.

Milioni di persone da allora hanno cantato questo inno, come hanno cantato l’altro inno di fine Ottocento, L’Internazionale, le cui note aprivano i comizi così come avrebbero aperto anche le Feste dell’”Unità”. Era un invito ad alzare la testa: “Noi non siamo più nell’officina, entro terra, nei campi, in mar la plebe sempre all’opra china senza ideale in cui sperar”; a lottare per nuovi rapporti sociali: “Non più servi non più signor”, per una umanità affratellata su un piano internazionale: “Su lottiamo! L’ideale nostro alfine sarà: l’Internazionale futura umanità!”

Questi inni possono considerarsi un distillato del ‘Vangelo’ del movimento socialista, per il quale la sollecitazione a uscire dalla condizione di isolamento e soggezione del singolo si congiungeva con la chiamata collettiva all’organizzazione e alla lotta in virtù delle quali, esclusivamente, si poteva raggiungere la vera emancipazione. Individuo e collettivo facevano un tutt’uno: la scelta del singolo lavoratore di superare la propria subalternità si fondeva con l’adesione a una struttura organizzata che consentisse quel superamento, in quanto solo se solidalmente uniti si poteva giungere al ‘riscatto del lavoro’.

Il Pci, semmai, almeno per una certa fase rese più dure le clausole organizzative rispetto al ‘vecchio’ partito socialista. Ma anche i tempi erano diventati più duri. Lo dimostrano le storie che qui si narrano di Domenico Ragazzini, Amedeo Liverani, Paolo Caroli, Luigi Bandini, i Poggiali e Luigi Fontana.

E durissimo fu anche il periodo della Resistenza nel quale, tuttavia, il Pci raccolse i frutti di essere stato il più deciso oppositore del fascismo, quello che aveva pagato di più per i suoi numerosi perseguitati politici. E allargò notevolmente le sue basi di massa. Fu un allargamento che non significò soltanto un ampliamento numerico, incise sulla sua essenza di partito nato per realizzare la rivoluzione proletaria indirizzandolo verso l’accettazione della democrazia. “Democrazia progressiva” fu il termine allora usato per indicare la via al socialismo: la società socialista restava l’orizzonte di riferimento ma questa doveva realizzarsi, non già attraverso un sussulto rivoluzionario, bensì mediante l’accettazione delle regole della democrazia. Non ci spiegheremmo altrimenti il perché il partito comunista sia stato per decenni il più strenuo difensore della Carta costituzionale. Una Costituzione, va ricordato, che aveva visto l’impegno determinante dei due filoni politici principali allora presenti: quello cattolico e quello socialcomunista, entrambi determinati in quell’occasione a superare ogni rigurgito o riproposizione del fascismo.

La Guerra fredda spaccò quell’accordo, in entrambi gli schieramenti emersero le componenti più intransigenti che misero in sordina i fautori di una collaborazione fra i due mondi. Lo scontro fu duro portando ad arroccamenti. E anche a nuove esclusioni che incisero nella carne di chi allora era all’opposizione, vale a dire dei socialcomunisti.

Furono  necessarie le presidenze di Kennedy negli Usa e di Kruscev nell’Urss, con l’avvio del disgelo tra Est e Ovest e la denuncia dei crimini di Stalin, fu necessario il pontificato di Giovanni XXIII per superare quello scontro e far emergere nei due mondi politici italiani fino allora contrapposti le anime meno intransigenti e più attente alla necessità di una convergenza. Il partito socialista entrò nel governo, il Pci restò confinato all’opposizione (continuava a vigere la regola della sua esclusione), ma era iniziata una distensione nella società italiana, nelle sue più intime fibre, che avrebbe poi dato i suoi frutti. Non si spiegherebbe altrimenti che io, figlia di un partigiano comunista, potessi recitare nel teatro della parrocchia nel ruolo di primo attore: ricordo una rappresentazione di Pinocchio e il mio lungo naso di cartone aggiustato alla meglio e che tendeva a staccarsi e gli abiti di carta crespata non certo a prova di strappi che la dolce signorina Amalia, ferventissima cattolica, aveva confezionato nello stanzone del suo palazzo adibito allo scopo. Mentre soltanto quattro o cinque anni prima a mia sorella non era stato consentito di recitare neppure una poesia: “Sì, certo, era bravissima, ma aveva quell’handicap insuperabile, era figlia di un comunista…”, così fu detto da alcune insegnanti in sua presenza. Poi, negli anni della distensione anche lei fu cercata come capace insegnante di catechismo.

I tempi erano, dunque, cambiati. Anche il boom economico incideva la sua parte. E la scolarizzazione crescente. Ci si avviava al superamento del lavoro come fatica e di quei corpi a volte piegati in due da decenni  e decenni di uso della zappa che non era stato invece inusuale incontrare prima per strada.

Il popolo comunista era fatto di gente che conosceva la fatica del lavoro ed era consapevole dell’indifferenza di chi, non faticando, cercava di conservare le vecchie distanze sociali. I nostri mezzadri possono raccontare molto in proposito e in parte lo raccontano in questo libro. Ritengo anche significativo che una delle prime decisioni di Amos Piancastelli come sindaco sia stata quella di asfaltare le strade comunali di campagna di diverse frazioni: si doveva consentire ai contadini di vivere senza dover muoversi nel fango. I soldi erano pochi ma Amos fu deciso e infaticabile su questo terreno. Così come sull’altro terreno, quello di sviluppare le zone artigianali e industriali: si doveva incentivare il lavoro, bisognava che i brisighellesi non emigrassero più. Si trattava chiaramente di scelte che venivano dalla sua storia, dalle sue lotte decennali, che erano state quelle del Pci.

Una cosa, fra le tante che si potrebbero dire, vorrei sottolinearla, mentre oggi diminuisce la partecipazione politica e la stessa partecipazione elettorale. Il partito comunista si sforzò di essere un promotore di partecipazione politica. Gli veniva da quel Dna intrinseco a tutta la storia del movimento operaio (“il riscatto del lavoro dei suoi figli opra sarà”). Senza l’impegno, senza la partecipazione dei lavoratori non era possibile alcuna emancipazione. Ciò significava che i soggetti oppressi, non riconosciuti socialmente, dovevano prendere la parola, dire la loro, far sentire la loro voce. Da qui l’azione, che fu per lungo tempo instancabile, per una crescita culturale collettiva. Le stesse Case del popolo portavano questo segno accanto a quello di conferire dignità agli svaghi delle classi popolari. Per molti anni dopo la fine della guerra non c’è stata Festa dell’Unità di Brisighella senza il premio di disegno per i ragazzi e senza una mostra di soggetto storico-politico, alcune anche terrificanti, oggi possiamo ben dirlo, come quella sui campi di sterminio nazisti davanti alle cui immagini indietreggiai inorridita poiché, bambina, non potevo certo capirne il significato. Ma per i nostri padri che, neppure adolescenti, erano dovuti diventare presto adulti quella mostra aveva un grande senso.

Va anche detto che questa serietà o severità si combinava con atteggiamenti gioiosi. I comunisti non erano solo seri e severi, sapevano trarre piacere da tante piccole cose, un walzer, una mazurka, un piatto di cappelletti, una battuta, tante battute, alcune molto ironiche e intelligenti. E poi lo stare insieme, il fare insieme tutti alla pari senza alcun discrimine sociale o generazionale. Non c’erano lotte di potere all’interno e dunque c’era una grande franchezza nei rapporti.

Questa verità relazionale si legava, almeno oggi la interpreto così, alla concezione che allora si aveva della politica: non uno strumento per fare carriera o per ottenere prebende o per altri scopi utilitaristici e neppure un mezzo per sostituire una élite a un’altra élite al fine di dominare sempre comunque qualcuno. L’assunto di Gramsci sulla necessità del superamento del rapporto tra governanti e governati era in qualche modo inciso nelle teste e nei cuori, al limite senza neppure conoscere le parole di Gramsci.

Uno stare insieme, un fare insieme per il bene comune, questa era allora la politica. O almeno lo è stata a Brisighella negli anni del mio coinvolgimento. Forse ciò dipendeva dal fatto di essere stato, il Pci, per decenni all’opposizione, o da una caratterizzazione prettamente romagnola. Ma in realtà anche nelle aree in cui il partito era al governo delle amministrazioni locali da molti anni e dove si erano potute sviluppare delle logiche di potere, anche in queste aree, se pur con minore schiettezza delle altre, le relazioni tendevano a essere ‘vere’ , probabilmente per quel richiamo alla liberazione generale dell’umanità presente nel ‘Vangelo’ del movimento socialista. Perché agiva comunque quel ‘Vangelo’, seguendo il quale la liberazione doveva essere per tutti in tutto il mondo: si era al potere qui ma all’opposizione per la restante parte del progetto da realizzare.

Si dovrebbe ragionare sui motivi della fine di tutto questo, sulle conseguenze dei giganteschi cambiamenti nel mondo del lavoro, sulla fine di vecchie ineguaglianze sociali che hanno probabilmente reso inservibile quel vecchio partito. Perché la sua fine non sembra tanto legarsi al cambiamento di nome, cosa che poteva avvenire per tanti senza troppi traumi, e neppure al cosiddetto ‘strappo’ con l’Unione sovietica, di fatto avvenuto molti e molti anni prima. Per la mia generazione l’Urss non poteva certo rappresentare un modello con tutte le sue parate militari e i suoi politici in divisa di generali. E poi con la sua mancanza di libertà e con le sue aggressioni come quella all’Afghanistan. E ancor di più per le generazioni successive alla mia. Del resto, lo stesso Berlinguer ne aveva preso le distanze nel corso degli anni Settanta giungendo perfino a dichiarare, il 15 giugno 1976 in un’intervista a Pansa per il “Corriere della sera”, di sentirsi più sicuro nel Blocco occidentale.

Ma il distacco dall’Unione sovietica non doveva significare un distacco dalle ragioni prime del sorgere del movimento socialista e dai suoi postulati (dai quali proprio l’Urss si era distaccata). Berlinguer cercò di perseguire, appunto, questa via, non facile. La sua proposta dell’austerità, che allora non capimmo, si muoveva all’interno dell’ottica che congiungeva quadro nazionale a quadro internazionale, ponendo la questione della necessità di nuovi modelli di sviluppo. Come ha scritto Albertina Vittoria nella sua Storia del PCI, il discorso berlingueriano riguardava il problema di trovare soluzioni che tenessero conto non solo del mondo occidentale, ma anche dei popoli del Terzo mondo, delle loro “ragioni di sviluppo e di giustizia” e, di conseguenza, si doveva “abbandonare l’illusione che fosse possibile perpetuare un tipo di sviluppo fondato su quella artificiosa espansione dei consumi individuali che è fonte di sprechi, di parassitismi, di privilegi, di dissipazione delle risorse, di dissesto finanziario”.  Forse il tema non fu bene argomentato o forse lo stesso termine ‘austerità’ si prestava a equivoci, a pensare a un ritorno all’indigenza dopo che da pochissimo si era usciti dalla povertà. E poi si inseriva in un contesto – siamo nel 1977 – in cui la violenza e il terrorismo omicida avrebbero definito l’agenda politica. Il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro, un anno dopo, ne costituirono il culmine. E da qui si aprì una nuova storia.

Per tornare alla fine del Pci, è giusto riconoscere che non è facile prendere decisioni politiche di gran conto, specie nei momenti difficili. Ma vi è da chiedersi quanto la scelta di chiudere in toto con quell’esperienza, tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta del Novecento, non sia da connettersi principalmente con una volontà o un desiderio o un bisogno di recidere ogni legame con la storia secolare del movimento socialista, storia alla quale il Pci è appartenuto nei suoi settant’anni di vita. E di abbandonare quel ‘Vangelo’.

Si sa, ogni Vangelo è suscettibile di interpretazioni e anche di utilizzi diversi, ma il suo testo originario resta, e questo è un dato decisivo. Per la storia della Chiesa è stato così nei secoli e anche in anni a noi più vicini. È quando si abbandona il testo originario che le cose cambiano. Nel nostro caso, è come se si fosse scelto di abbandonare ogni critica al capitalismo e all’imperialismo (attivi anche in paesi che si definiscono socialisti o comunisti) e di precludersi la possibilità di pensare a un mondo diverso e per questo impegnarsi e lottare. Ciò non significa che si debba demonizzare il capitalismo, come a volte si è fatto; significa tentare di comprendere come oggi – è la denuncia di Oxfam di inizi 2017 – ci siano nel mondo 8 persone che posseggono la stessa ricchezza (426 miliardi di dollari) di 3,6 miliardi di persone, mentre qui manca il lavoro e ci si impoverisce e in tante parti si muore ancora per fame, assenza di cure, malnutrizione.

Il discorso di Berlinguer sull’austerità teneva aperto il campo dell’analisi e la prospettiva del cambiamento, che oggi si fatica a ritrovare, mentre una analisi seria delle tendenze economiche, sociali, politiche e culturali su un piano internazionale diventa tanto più necessaria in un’epoca che definiamo di globalizzazione. La stessa questione dei migranti, in assenza di una tale analisi, rischia di rimanere ancorata alla oscillazione fra i due estremi dell’accettazione incondizionata o del rigetto totale.

L’unica voce capace di levarsi su un piano internazionale è oggi quella di papa Bergoglio, ma il suo messaggio non può essere che spirituale, morale, culturale. Toccherebbe alla politica fare, appunto, politica, come richiede lo stesso papa Bergoglio.

Gli uomini e le donne presenti in questo libro hanno cercato, per quanto hanno potuto, di costruire un mondo più giusto e più pacifico collegando il raggiungimento di un modo più degno di essere vissuto qui, sulla propria terra, a quello nelle altre parti del pianeta.

Grazie ancora a Claudio e Viscardo di averceli fatti trovare o ritrovare.

Dianella Gagliani

Docente di Storia Contemporanea all'Università di Bologna